Un viaggio a Mira, tra arte e le ville del Brenta.

Un viaggio a Mira, tra arte e le ville del Brenta.

Mira – Città d’Arte, è uno dei Comuni più estesi e popolati della Città Metropolitana di Venezia. Un terzo del territorio è costituito da barene, un ambiente naturale di grande fascino, che si presenta come un insieme di isolotti semisommersi dall’acqua e collegati tra loro da una miriade di canali.

Cuore della Riviera del Brenta, Mira è posta giusto al centro della grande area metropolitana che unisce, senza soluzione di continuità, Venezia e Padova.

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Sulle origini di Mira si intrecciano storia e leggenda.

Lo storico Tito Livio parla di una flotta greca comandata dallo spartano Cleonimo che intorno al 302 a.C. si sarebbe spinta fino ai lidi della laguna veneta. Il condottiero si sarebbe spinto ancor più in là risalendo il corso del fiume Medoacus Major, l’attuale Brenta, saccheggiando alcuni villaggi padovani. Della località parla anche Marziale; Vitruvio e Strabone informano sulla agiatezza economica goduta dalle popolazioni dell’estuario durante la dominazione romana.

Con la decadenza dell’Impero Romano iniziarono le invasioni barbariche che sconvolsero le popolazioni: si ricordano le azioni di Pipino, di Ezzelino, degli Ungari che furono le più devastanti. Alle razzie barbariche si aggiunsero le disastrose piene del Brenta, che compromisero ancor di più le condizioni di vita, e alle quali si cercò di far fronte con tagli e scavi di nuovi corsi d’acqua.

Intorno al 1142 i Padovani operarono un taglio sul fianco sinistro del Brenta provocando una diversione delle acque verso il territorio di Sant’Ilario, sede dell’importante abbazia benedettina. Questa era sorta agli inizi dell’800 per opera appunto dei benedettini, su un terreno lasciato in donazione dai dogi Angelo e Giustiniano Partecipazio, divenendo in breve tempo un centro di attività di bonifica dei territori paludosi, di incremento agricolo, di caccia e di pesca. Ma il monastero era destinato a decadere a causa dei continui scontri tra Veneziani e Padovani che se ne contendevano il possesso poiché veniva a trovarsi in una posizione di confine. Nel 1250 venne preso da Ezzelino, nel 1375 dai Carraresi. Dopo la guerra di Genova (1379) fu definitivamente abbandonato e invaso dalle acque. I contrasti tra Padova e Venezia terminarono definitivamente verso la metà del ‘500 dopo che Venezia riuscì ad avere la meglio e ad eleggere un provveditore per l’amministrazione di questa parte di terraferma; la sede della Provveditoria si trovava nell’attuale Piazza Mercato-Gambarare. Dalla metà del XVI secolo si iniziò la costruzione di ville, barchesse e oratori per opera di architetti famosi quali Palladio e Longhena, che seppero realizzare quelle case di villeggiatura decantate come oasi di serenità nell’amena campagna lungo il fiume.

Tutto questo termina con la decadenza di Venezia. L’occupazione straniera, francese e austriaca, segna un inesorabile declino economico e culturale. E tuttavia si ha proprio in questo periodo l’avvio di una attività industriale, ancora elementare, caratterizzata da impianti per la produzione di candele e sapone, per la marinatura delle anguille, da fabbriche di laterizi e da numerose lavanderie.Nel 1866 Mira è annessa all’Italia, e nell’anno seguente i tre Comuni di Mira, Oriago, Gambarare, si fondono in uno solo, che assume il nome di Mira: da qui lo Stemma Comunale con le tre corone, simbolo dei tre precedenti Comuni.

La Riviera del Brenta da sempre attrae villeggianti da tutto il mondo.

In passato, come ora, hanno soggiornato a Mira filosofi, poeti e artisti di fama internazionale che, hanno lasciato traccia della loro visita descrivendo questi luoghi con grande devozione. Mira è sempre stata considerata un luogo unico, ricco di trazione e cultura.

Fra le più note testimonianze vi è sicuramente quella di Dante Alighieri, nel quinto canto del Purgatorio (V, 64-84), nella quale ci lascia una delle più antiche descrizioni di Mira:

“Ma s’io fosse fuggito in ver la Mira,
quando fu’ sovra giunto ad Oriaco,
Ancor sarei di la’ dove si spira.
Corsi al palude, e le cannucce e’ l braco
m’impigliar si, ch’ì caddi; e li vid’io
delle mie vene farsi in terra laco”..

In questo tratto il poeta parla di Jacopo da Cassero, assassinato ad Oriago nel 1298 su ordine di Azzo VIII d’Este. Una lapide, che riporta i versi del poeta, è stata collocata sulla facciata di villa Moro ad Oriago.

Anche il noto filosofo, scrittore e politico francese Michel Montaigne (1533-1592) visitò Mira durante il suo viaggio in Italia, della quale scrisse sul Jurnal du voyage en Italie descrivendo dettagliatamente i luoghi e le usanze. Raccontò anche della visita dell’imperatore Enrico III di Valois nel 1574 in villa Contarini dei Leoni e della festa organizzata per l’occasione.

Il Brenta, considerato da sempre l’estensione del Canal Grande, è stato navigato per secoli dai nobili veneziani con il Burchiello, un’elegante imbarcazione fluviale a remi, costituita da una cabina e dei balconi, tutta impreziosita da decorazioni.

Le barche venivano riempite di bagagli e vettovaglie dai nobili e dalle loro dame per raggiungere il luogo di villeggiatura e il viaggio stesso era occasione di svago e divertimento.

Tale usanza veniva raccontata dal grande commediografo Carlo Goldoni, che ci ha lasciato gustose descrizioni della vita in villa e della Riviera del Brenta:

“Musa, cantiam del padovan Burchiello la deliziosa, comoda vettura, in cui per Brenta viaggiarsi bel bello, dal gel difesi e dall’estiva arsura. Amistà si contrae con questo e quello, e alla curiosità sì da pastura; passasi con plaser di loco in loco, e per lungo cammin si splende poco. Parlo di quel vaghissimo naviglio di specchi, e intagli, e di pitture ornato, che ogni venti minuti avanza un miglio, da buon rimurchio e dà cavai tirato;…”.

Altri poeti e letterati scrissero dei viaggi su questa originale imbarcazione come Casanova e Goethe.

A raccontare la decadenza di questi luoghi fu invece Gabrielle D’Annunzio:

“Il tran costeggia la Brenta che ha l’aspetto d’un canale tra alberi verdi. Appaiono le ville, le rovine: prima la Villa Foscara, disabitata. Rimangono qua e là le statue.
Statue sui pilastri dei cancelli, statue nel mezzo di un orto, tra i cavoli. Statue su i muri di cinta. Le ville sono state restaurate, trasformate in case volgari, abitate da gente modesta; ma le statue testimoniano il lusso della vita anteriore…”.

Nel 1817 il noto poeta Lord Byron, arrivato a Venezia, volle subito acquistare casa nella Riviera. Affascinato dalla storia che contraddistinse l’edificio, scelse villa Foscarini dei Carmini, in centro a Mira … e qui intrecciò una relazione amorosa prima con Marianna Segati e successivamente con la moglie di un fornaio, Margherita Cogni, una delle poche donne che riuscì a fargli perdere completamente la testa, tanto da riuscire a stabilirsi nel suo palazzo. Durante il soggiorno a Mira la sua attività scrittoria non si spense, anzi fu proprio in questo periodo che si dedicò a completare il Childe Harold Pilgrimage e a scrivere la prima parte del Don Juan.

Fra le opere documentarie più importanti per la Riviera vi sono senza dubbio le tavole incisorie realizzate da alcuni vedutisti, grazie alle quali ci è permesso di conoscere e studiare la storia di questi luoghi dal fascino eccezionale. Sono state raccolte in un unico catalogo quelle realizzare dall’Abate Coronelli raffiguranti le ville sul Brenta. Un lavoro originale è stato fatto anche dall’incisore tedesco Johann Christoph Volkamer. Ma la testimonianza più significativa è probabilmente quella di Francesco Costa con una raccolta di eleganti incisioni: nelle raffigurazioni il paesaggio è rappresentato con la massima cura e raffinatezza dei dettagli.

Non furono però gli unici. In seguito molti altri artisti e appassionati rappresentarono questi luoghi con opere pittoriche e fotografiche di eccezionale valore.

Artisti noti lavorarono nella Riviera realizzando opere architettoniche e monumentali.

Ma la stessa Mira è patria di alcuni artisti locali che seppero affermarsi per bravura e cultura, come l’artista Beppi Spolaor, che ci lascia alcune opere paesaggistiche di grande valore artistico e il professor Clauco Benito Tiozzo conosciuto come artista, restauratore e storico dell’arte.

Monumenti commemorativi e celebrativi

Molti sono i monumenti presenti nel territorio mirese, importanti per la significativa testimonianza storico-culturale.

Vi sono opere che commemorano i caduti di guerra, come il monumento situato nella frazione di Gambarare, a pochi metri dal Duomo, eretto nel 1922. Fra i materiali di ripiego utilizzati per la realizzazione di quest’opera vi è un blocco in trachite con iscrizione di epoca romana: “FAB / PATR. / CAPRIA P. F.”, appartenente al monumento funebre realizzato dalla tribù romana Fabia e pervenuto durante gli scavi relativi all’antico monastero di Sant’Ilario.

Un’altra grande opera commemorativa è il Parco delle Rimembranze, in via Silvio Trentin, dedicato ai caduti della prima guerra mondiale, inaugurato nel 1925. A caratterizzarne l’ingresso è il grande arco in marmo la cui facciata fronte strada presenta ai propri lati due grandi epigrafi. L’epigrafe di sinistra riporta integralmente il proclama di Vittorio Emanuele III del 24 maggio 1915, dedicato all’esercito e alla marina; quella di destra riporta l’ultimo bollettino di guerra lanciato dal Generale Diaz la sera del 4 novembre 1918. Il parco è stato progettato con vialetti, piante e oltre duecento colonnine segnate all’interno con il nome di ogni caduto.

Di notevole eleganza è il monumento posto vicino al ponte centrale di Mira, a pochi metri dalla piazza municipale. Trattasi di un cippo con antenna portabandiera, costituito da un basamento in trachite con blocco quadrato in marmo e da un medaglione in bronzo raffigurante il “re buono”: Umberto I di Savoia. Il bassorilievo del medaglione fu realizzato dal noto scultore Girolamo Bortotti, evidente anche dalla firma lasciata sull’opera.

L’intero manufatto venne commissionato nell’aprile del 1901, in occasione del primo anniversario dalla morte del re, dal comitato “Ricordo” sorto a Mira ed avente come presidente il Cav. Giulio Fioravanti.

Percorrendo le strade del Comune di Mira, si ha la sensazione di trovarsi in un vero museo all’aperto, ogni volta si scorgono dettagli sempre nuovi, ricchi di storia e curiosità. Anche la natura, preservata con cura si mostra nella laguna, nei parchi e nei giardini. Sono numerose inoltre, le iniziative proposte da studiosi e appassionati per scoprire le radici culturali e le tradizioni di questi luoghi.

Forte Poerio

Con la caduta della Serenissima i francesi e poi gli austriaci avviarono la costruzione di forti militari a difesa della città di Venezia da attacchi provenienti da terra. Con l’avvento dell’unità d’Italia questo progetto difensivo prese il nome di Campo Trincerato di Mestre.

A Mira venne costruito Forte Poerio, su progetto di costruzione approvato nel 1908 nel Piano di Difesa Nazionale.

Forte Poerio fu realizzato in sostituzione della costruzione di un’opera molto più grande che avrebbe dovuto chiudere il fronte nella zona di Malcontenta. E’ caratterizzato da una struttura con linee geometriche semplici e stilizzate, costruito in calcestruzzo è formato da un corpo lungo sormontato da delle cupole che servivano a proteggere le postazioni da tiro dei cannoni. In origine era circondato da un fossato ad anello rettangolare che oggi non esiste più.

In realtà Forte Poerio seguì la sorte del Campo Trincerato di Mestre, che al suo completamento risultò inefficace rispetto agli armamenti in uso all’epoca. Mai coinvolto negli eventi bellici fu utilizzato dopo il 1915 come deposito di munizioni e armi.

Forte Poerio è oggi proprietà del Comune di Mira. E’ vietato l’ingresso all’edificio, ma si può visitare il parco, attualmente attrezzato con giochi per bambini, tavoli e barbecue.

Per informazioni e prenotazioni: info@fortepoeriomira.it

Archeologia industriale

Giungono a noi inoltre alcuni reperti archeologici industriali altrettanto rilevanti, manufatti sopravvissuti alle intemperie e all’urbanizzazione.

Ciminiere murarie, resti di intere fabbriche che negli anni dell’industrializzazione caratterizzavano la vita sociale ed economica dei luoghi della Riviera. Realizzate nella prima metà dello scorso secolo, le ciminiere ancora intatte presentano tutte le stesse caratteristiche riferibili alla tipologia definita a canna con fodera.

Le fabbriche producevano laterizi, e furono attive fino agli anni sessanta del Novecento quando vennero sostituite con i più sofisticati forni a tunnel. Sulla riva sinistra del Naviglio del Brenta, lungo la strada nazionale, in prossimità del centro di Oriago si possono vedere i resti dell’antica Fornace Perale di Malcontenta, esistente fin dal 1867 e ricostruita come fornace Hoffmann nel 1938, attualmente una piccola parte dell’antico edificio è stato restaurato e adibito ad autorivendita.

Invece in via Don Minzoni, in zona Mira Porte, poco lontano da villa Principe Pio è possibile vedere i resti della ciminiera appartenente alla fabbrica di mosaici Sarim, costruita alla fine degli anni Cinquanta del novecento.

Segni di confine

La Repubblica di Venezia ha disposto lungo i suoi confini cippi in pietra d’Istria di dimensioni e forme diverse, non solo con il fine di delimitare il territorio, ma anche di ergersi a simbolo di appartenenza del territorio.

A Mira se ne possono scorgere diversi. Il più particolare lo si può ammirare percorrendo via Venezia a Oriago, nel punto in cui incrocia via Colombara. Nell’angolo a ridosso delle mura di un edificio si trova l’antico cippo di confine della Repubblica Veneta, realizzato nel XV secolo.

Dello stesso periodo era quello esistente a Piazza Vecchia, crollato nei primi anni del novecento e sostituito con un’opera moderna.

Invece a Giare sull’argine di conterminazione lagunare è visibile uno dei tanti cippi in pietra d’Istria posti dalla Serenissima nel 1791 utilizzati per delimitare le aree dove era proibito edificare sottraendo spazi alle acque. Lo si può scorgere camminando per circa due chilometri sull’argine di conterminazione partendo da via Ca’ Nova verso la laguna aperta.

E’ conservato nel museo di Altino un cippo funerario di epoca romana ritrovato negli anni sessanta dello scorso secolo nella frazione di Borbiago, portato alla luce dal sign. Agostinò Corò in una zona arativa. Il monumento realizzato in pietra di Aurisina ha una forma cilindrica con decorazioni a nastri, festoni di frutta e figure maschili. Molto probabilmente il reperto fu utilizzato all’interno di un recinto sacrale per indicare un sepolcro o come urna cineraria.

Ecomuseo

Nella Villa Principe Pio, al n. 26 di via don Minzioni a Mira Porte, si trova l’Ecomuseo “Le Terre del Brenta”. Nato dalla collaborazione della Provincia di Venezia e del Comune di Mira, ha trovato nella associazione culturale senza scopo di lucro “Centro Studi Riviera” il gestore di uno spazio che è diventato un importante riferimento per gli tutti gli abitanti della riviera del Brenta e anche per i turisti.

L’Ecomuseo si prefigge di conservare e valorizzare il patrimonio culturale e ambientale di Mira e dell’intera Riviera del Brenta, di studiare le trasformazioni che hanno reso celebre nel passato l’entroterra veneziano e quelle più recenti che hanno contribuito a plasmare il territorio, nonché mettere in risalto le risorse culturali, turistiche e ambientali.

Oltre allo spazio espositivo, nella Villa Principe Pio è presente una biblioteca tematica sul territorio ed è attivo un Laboratorio Territoriale di Educazione Ambientale. Anche il parco è impiegato per le iniziative rivolte ai bambini e ai ragazzi.

Numerose sono le iniziative culturali, le mostre temporanee ed eventi legati al territorio e alla sua storia in calendario presso l’Ecomuseo.

Si può raggiungere con i mezzi pubblici Actv della linea 53 (linea Venezia – Padova) dalla fermata di Mira Porte.

Sito web: http://www.ecomuseoterredelbrenta.it/

Teatro Villa dei Leoni

Il Teatro Villa dei Leoni di Mira è un elegante spazio di proprietà del Comune di Mira.
Situato lungo la Riviera del Brenta, a meno di 20 km da Venezia e a 30 km da Padova.
La struttura del Teatro fa parte del complesso di Villa Contarini dei Leoni, splendido palazzo del XVI secolo.

Accesso al sito Teatro Villa dei Leoni

Luoghi dello Spirito

Numerose le chiese, gli oratori costruiti accanto alle Ville, i capitelli, piccole costruzioni religiose popolari, costruite lungo le strade o presso incroci, come ex voto o per raccogliere in preghiera i credenti. Simboli della religiosità, dell’arte e della storia della fede sono disseminati nelle frazioni della riviera. Per la loro straordinaria bellezza portano i credenti a riunirsi e a pregare in assoluto raccoglimento e ad ascoltare il silenzio e le voci di questi luoghi.

Chiesa di Santa Maria Maddalena

L’edificio è originario del XIV secolo.

In origine il culto era rivolto al Soldato San Martino, patrono dei Franco-Merovingi, dal XV secolo prevalse il culto della Santa Maria Maddalena.

Nel XV secolo la chiesa passò di proprietà dai Querini alla famiglia Moro. I nuovi proprietari avviarono da subito il restauro dell’edificio ormai semi distrutto. Per simboleggiare il segno di appartenenza dell’edificio alla famiglia fecero affrescare sulla facciata il loro stemma nobiliare. Nel 1543 commissionarono al pittore Jacopo da Bassano (1510-1592) la pala per l’altare maggiore rappresentante l’incontro di Maria Maddalena con Gesù.

I Moro rimasero proprietari fino all’800 godendo del diritto di giuspatronato.

L’interno dell’edificio è costituito da un’unica navata con sei cappelle laterali. Sull’abside sono ripetuti gli stemmi delle famiglie Querini e Moro. Nella seconda metà del ‘700 fu realizzato il coro sopra la porta d’ingresso della chiesa, dove ancora oggi si trova il prezioso organo realizzato da Francesco Dacci.

Il secondo importante restauro avvenne nel corso del XIX secolo, durante il quale venne finalmente completato l’altare maggiore, ricostruiti in marmo i due altari laterali del presbiterio e restaurata la facciata esterna.

Ulteriori lavori di restauro e ampliamento furono eseguiti nel corso dei primi anni del ‘900.

Dal 1927 la parrocchia passa dalla diocesi di Treviso a quella di Venezia.

Nel 1943 fu realizzato sul soffitto, dal pittore Mirese Beppi Spolaor (1910-1950), un dipinto a tempera, ampio 50 metri, in cui sono stati raffigurati la Maddalena nel giardino di Cristo circondati dall’angelo custode, il demone alato, lo Spirito Santo e il Padreterno.

Il campanile conserva ancora gli elementi strutturali che lo caratterizzavano in origine. La struttura è realizzata a pianta quadrata e sormontata da una cuspide conica su base ottagonale, decorata con formelle in laterizio.

Chiesa di San Giovanni Battista

La prima notizia certa dell’esistenza di una chiesa a Gambarare la si ha nel XII secolo, tratta dal testamento della nobildonna padovana Speronella Dalesmanini, la quale lascia disposizioni al figlio sulla spartizione dei suoi denari a vari luoghi di culto fra cui la chiesa di “Balledello”; il nome della località derivava dal termine latinizzato Vallatellum, che significava luogo rialzato.

La chiesa vigeva all’epoca sotto la guida del vescovado di Treviso ed era dedicata a San Giovanni Battista, santo molto venerato dal popolo Longobardo. L’edificio restò per lunghi anni abbandonato a sé stesso e senza una guida religiosa, fino al 1290, quando l’abate Ilariano Prando decise di acquistare dagli eredi di Giovanni Natichiero da Vigonza metà del paese e di chiedere al vescovo di Treviso di cedergli la chiesa e tutti i suoi diritti. Dopo l’acquisizione l’abate lavorò per 15 anni al suo restauro. La prima consacrazione della nuova chiesa avvenne il 9 giugno 1306. All’evento parteciparono importanti autorità e il vescovo, quel giorno, cresimò uomini, donne e bambini e concesse loro molte indulgenze. Da quel momento la chiesa passò sotto la giurisdizione dei monaci benedettini di Sant’Ilario. Nel 2005, durante gli ultimi restauri effettuati all’edificio si è scoperta, sulla mensa dell’altare della Madonna della Salute, un’iscrizione mutila con caratteri gotici realizzata probabilmente in quell’epoca per celebrare tali eventi.

La parrocchia di Gambarare fu sempre molto attiva e dal ‘400 divenne il fulcro della vita religiosa di gran parte del territorio. Ai fedeli fu concesso da papa Giulio II, con la bolla del 27 marzo 1508, il diritto di giuspatronato, con il quale i capifamiglia della parrocchia acquisirono il potere decisionale sulla scelta del proprio parroco. Il diritto concesso rimase attivo fino ai giorni nostri, nel 1998 i capifamiglia decisero di rinunciarvi in cambio fu concesso alla chiesa il titolo di Duomo e al parroco quello di monsignore quale canonico onorario della basilica di San Marco. All’interno del Duomo, sopra il portone laterale di destra è stata collocata una lapide, realizzata dai massari nel 1707, con la trascrizione in italiano del testo della bolla.

Attive furono inoltre le molte confraternite che nacquero all’interno della chiesa dall’ XVIII secolo, ognuna regolamentata dal proprio capitolato e guidate da un gastaldo, fra i vari compiti avevano quello di curare l’altare dedicato al santo titolare.

Era usanza utilizzare la chiesa come campo santo e nel Duomo sono ancora visibili alcune iscrizioni su lastre pavimentali per commemorare i defunti, principalmente componenti di confraternite e alcuni sacerdoti.

L’edificio è stato più volte danneggiato e ricostruito, oggi risulta notevolmente trasformato rispetto all’originale, pur mantenendo lo stile tardo romanico che lo contraddistingue fin dalla sua costruzione.

Per la riedificazione furono utilizzati marmi, pietre e colonne recuperati dalla zona del monastero di Sant’Ilario.

Le modifiche maggiori sono state fatte durante il ‘900: il corpo della chiesa fu allungato di sette metri verso oriente, furono abbattuti e rifatti il coro e l’abside, spostati e modificati gli altari.

Durante i restauri del 2005 sono stati riportati alla luce gli antichi affreschi del soffitto realizzati da Melchiore Melchiori nella seconda metà del ‘600. E’ stata inoltre ripulita la cassa in legno del pregiato organo, realizzato dal grande organaro veneziano Gaetano Callido nel ‘700.

Anche il campanile fu danneggiato varie volte e a testimoniare gli eventi sono state realizzate due lapidi collocate sopra la porta esterna, in cui fu inciso il simbolo del gambero, l’antico stemma del Comune di Gambarare.

Chiesa di San Nicolò

Il culto per San Nicolò risale all’XI secolo, quando fu trasportato il corpo del Santo da Myra, una città della Turchia, a Bari. L’impresa fu voluta dal priore Corbelli, originario da Cazoxana, nome con cui era identificato all’epoca il territorio di Mira.

Il primo edificio dedicato al santo risaliva al XII secolo, ed era situato all’incirca fra via Molinella e Cà Albrizzi, ma di questa costruzione purtroppo ci sono giunti solo pochi documenti.

Il culto per il santo rimase sempre vivo e nel XV secolo Benedetto Corbelli, ricco Padovano, probabile discendente del primo Corbelli, fece erigere, con il consenso di Papa Innocenzo VIII, un nuovo edificio nella zona fra Mira Taglio e Mira Porte in ricordo dell’antica costruzione ormai distrutta dalle guerre. A commemorare la benedizione della prima pietra vi è una lapide collocata nella parte sinistra della facciata.

La chiesa prese il titolo di “parrocchiale” e fu sottoposta alla pieve di Borbiago con la giurisdizione della famiglia Corbelli. Il primo parroco ad esercitare la propria fede fu Antonio Rossetto.

L’attuale costruzione si presenta molto diversa rispetto all’origine: l’edificio quattrocentesco presentava una facciata romanica con il protiro e il campanile incorporato nell’abside. Nel ‘600 la chiesa fu ampliata, furono aggiunte le due navate e realizzata una nuova abside. Nell’800 fu costruita la nuova facciata con elementi stilistici neorinascimentali. Il piccolo campanile fu sostituito da una nuova costruzione più alta e distaccata. Le variazioni maggiori furono apportate all’interno, soprattutto dalla seconda metà del ‘900, con la sistemazione degli altari, la sostituzione dell’antico organo e la chiusura di alcune porte. Durante il ‘900 si decise di demolire nuovamente il campanile, dichiarato pericolante, e di costruirne uno nuovo, inaugurato nel 1939.

Chiesa di Santa Maria Assunta

L’attuale chiesa fu edificata nel XVII secolo e dedicata alla B.V. Assunta.

Questo luogo conserva ancora molti simboli spirituali legati alla fede dei Carmelitani, i primi padri fondatori. L’esterno dell’edificio presenta una facciata romanica con un rosone centrale sul timpano e in basso due finestre laterali, si distingue per la semplicità degli elementi architettonici. L’interno è costituito da un’unica navata e da un grande presbiterio. Vi è un altare maggiore e sei altari laterali. Il tempio ha subito vari rimaneggiamenti nel corso dei secoli ma conserva ancora le sue caratteristiche originarie.

Il prezioso pulpito settecentesco proviene dal Duomo di Mestre.

Nel 1884 venne realizzato dal pittore Giacomo Vivian la prima rappresentazione pittorica della Santa titolare a copia del quadro del Tiziano. Oggi il dipinto è stato sostituito da una pala del ‘600. Vi sono inoltre, alcune opere pittoriche che, ornano le pareti laterali, considerate di notevole interesse artistico, attribuite da C.B. Tiozzo al pittore Girolamo Brusaferro (1677-1745).

A destra del seicentesco altare maggiore troviamo una tela della bottega di Palma il Giovane.

Grandiosa è la tela del soffitto (metri 11.20 X 4.65), rappresentante la Vergine Maria che consegna lo scapolare a San Simone Stock. L’opera fu eseguita dal pittore Gaspare Diziani (1689-1767) nei primi anni del ‘700.

La canonica cinquecentesca è impreziosita da fregi e tempere dello Zompini.

Il luogo più interessante della chiesa è senza dubbio la cripta, accessibile dalle scalinate laterali dell’altare maggiore. Qui vi è conservata la statua della Beata Vergine ritrovata in un pozzo, che, secondo la leggenda, apparve ad una contadina sordomuta guarendola.

Il pozzo da cui è stata recuperata la statua è ancora esistente e si trova nella piazza del paese, protetto da un piccolo capitello, la tradizione racconta che l’acqua raccolta aveva delle capacità taumaturgiche.

Villa Allegri Pasquali

Villa Allegri, collocata sulla riva sinistra del Naviglio Brenta, è una composta costruzione probabilmente riedificata da Antonio Pasquali agli inizi del XVIII secolo; sembra però che, l’antico edificio appartenuto alla famiglia Donati, esistesse già dal XV secolo.

L’edificio, caratterizzato da una bifora centinata nel piano nobile e dal timpano triangolare contornato da tre statue, è complessivamente molto sobrio. È stato restaurato durante la seconda metà del XX secolo.

La tradizione racconta come questo luogo fosse spesso utilizzato per feste e ricevimenti dai nobili veneziani; inoltre, qui vi soggiornarono molti personaggi importanti fra cui Giacomo Casanova, il maresciallo francese Marmont e il generale Josef Radetzky durante l’assedio di Venezia nel 1848: nobile boemo, fu governatore del regno Lombardo-Veneto. Durante il XIX secolo fu abitata dall’ingegnere Carl Ritter Von Ghega, colui che progettò la ferrovia del Semmering in Austria. La villa per un lungo periodo divenne anche una casa da gioco dove i ricchi amavano trascorrere momenti di piacere e divertimento.

Attualmente è un’abitazione privata, utilizzata per eventi e in parte adibita a Bed&Breakfast.

Villa Avanzini

Il primo documento storico riguardante questo edificio è la dichiarazione fatta al fisco nel 1661 da parte della famiglia Randolfi, i probabili proprietari. La struttura attuale mostra però alcune caratteristiche architettoniche tipiche del XVIII secolo, questi dati hanno permesso di ipotizzare che, durante il ’700, abbia subito forti lavori di ricostruzione.

Durante il XX secolo l’edificio ha subito ulteriori interventi di restauro.

Attualmente è un’abitazione privata.

Villa Bon, Varisco, Tessier

villa Bon,Varisco, Tessier

Villa Bon è stata edificata nel ‘500, si distingue dalla maggior parte delle ville della Riviera perché si affaccia sul canale dal lato minore. L’intero complesso è ancora oggi, come in origine, circondato da un grande parco.

Le prime immagini iconografiche dell’edificio sono: il disegno realizzato dal Coronelli nel 1709 e la stampa realizzata dal Volkamer nel 1712.

La struttura subì più interventi di restauro, il primo nel corso del XVIII secolo durante il quale si cercò di valorizzare la facciata rivolta verso il fiume Brenta aggiungendo alcuni elementi decorativi, il secondo intervento venne effettuato nel corso del XIX secolo, quando la villa passò di proprietà alla famiglia Cappello. Durante il secondo intervento i lavori maggiori vennero realizzati all’interno: venne restaurato il salone centrale, in alcune sale furono realizzati degli stucchi in policromo, e degli affreschi attribuiti a Costantino Cedini; nello stesso periodo fu allungato l’edificio sul lato ovest con un fabbricato più basso.

Durante la prima guerra mondiale l’edificio ospitò militanti e venne utilizzato come ospedale, mentre durante la seconda guerra mondiale divenne un ricovero per sfollati.

Nuovi lavori di sistemazione vennero realizzati nella seconda metà del XX secolo.

Attualmente è un’abitazione di proprietà privata.

Info su: www.villabon.it

Villa Bonfadini

Villa Bonfadini

La villa, realizzata nel XVIII secolo, è costituita da un corpo padronale di pianta trapezoidale suddiviso in tre piani. Originariamente l’edificio si estendeva su entrambi i lati con due corpi simmetrici; oggi di questi è rimasto ben poco: sul lato est è visibile un basso blocco e sul lato ovest corrisponde una cortina muraria. Appartiene al complesso anche la cappella privata, l’edificio a pianta rettangolare situato sul lato est e il meraviglioso parco esteso sul lato nord-ovest.

L’interno della villa è stato affrescato, nella seconda metà del ’700, dal pittore Andrea Pastò in occasione di nozze; il pittore fu tanto amato da Carlo Goldoni che, per questi affreschi, scrisse anche alcuni versi:

“Valoroso Pastò, di cui note
Le bell’opre dipinte in tela e in muro
or soma laude la tua man riscuote
Poiché col tuo pennel franco e sicuro
Non mostri sol abilità pittrice…”.

Attualmente è un’abitazione di proprietà privata.

Villa Bonlini

I primi documenti che testimoniano la presenza di villa Bonlini risalgono al 1615, anno in cui la famiglia Michiel ne certifica l’esistenza al fisco. Viste le caratteristiche architettoniche, l’edificio è stato datato fra la fine XVI secolo e gli inizi del XVII secolo.

Il complesso in origine era costituito dal palazzo, dalla barchessa, dal casinò e dall’oratorio, circondati dal grandioso parco; oggi il casinò e l’oratorio non esistono più. Sono giunte a noi, a testimoniarci le originali caratteristiche del complesso, la stampa del Coronelli realizzata nel 1709, la stampa del Volkamer realizzata nel 1712 e la stampa del Costa.

Palazzo Bonlini è oggi riconosciuto come Casa Paterna, dal nome dell’ente religioso Opera Pia Casa Paterna, attuale proprietario.

Villa Cà Dolcetti

foto villa cà dolcetti

Gli studiosi, dopo aver osservato le caratteristiche architettonico-decorative della villa, hanno ipotizzato che sia stata costruita nel XVIII secolo. A confermare questa tesi è la testimonianza dello studioso Tiozzo, il quale ha documentato la presenza di affreschi negli interni, realizzati nel XVIII secolo, e la data “1774”, segnata in una delle pareti, probabile data di costruzione dell’edificio.

Inoltre, è stato documentato che la costruzione allo stato attuale non è riconducibile ad un progetto unitario ma a vari interventi effettuati nel corso dei secoli.

I primi proprietari furono la famiglia Dolcetti, in seguito fu acquistata dall’industriale Mazzucato. Sembra che in questa villa vi abbia abitato una modella e amica di Lino Selvatico, noto artista Padovano.

Dopo il restauro, eseguito negli ultimi anni del XX secolo, la residenza d’epoca è diventata un albergo.

Villa Cà Moro

E’ incerta la data di costruzione della villa Moro, gli studiosi hanno formulato ipotesi diverse: all’interno il salone del piano nobile è a forma di T, caratteristica tipica di molti edifici del tardo ’400 inoltre, vi sono degli affreschi anch’essi riferibili al XV secolo; esistono però alcuni documenti d’archivio che datano l’edificio fra il 1581 e il 1615, fra cui la prima denuncia al fisco.

L’edificio è stato più volte restaurato, nonostante ciò ha mantenuto la fisionomia originale.

Sulla facciata è stata collocata una lapide con un’iscrizione che riporta i versi di Dante dedicati a Jacopo da Cassero, assassinato in questo luogo nel 1298 su ordine di Azzo VIII d’Este (Purgatorio V, 64-84).

La famiglia Moro possedeva anche un secondo edificio, collocato proprio affianco a questo, che oggi non esiste più; entrambe le costruzioni sono visibili in una stampa eseguita da J.C. Volkamer.

Attualmente l’abitazione privata è disabitata e vige in cattivo stato di conservazione.

Villa Contarini, Pisani, detta dei “Leoni”

La Villa, collocata sulla Riviera Silvio Trentin, dista pochi metri dalla Chiesa di San Nicolò. Inizialmente nominata Villa Contarini, oggi è nominata “dei Leoni” grazie ai due leoni posti ai lati della scalinata centrale d’entrata realizzata nel XIX secolo.

L’edificio fu ricostruito nel 1558, per volere del procuratore Federico Contarini. La struttura è a pianta rettangolare e suddivisa su tre piani. Il complesso comprende, oltre alla Villa, la barchessa e l’oratorio. Nel 1696 i Pisani, i nuovi proprietari, commissionarono un ciclo di affreschi a Giambattista Tiepolo, dedicati ad un soggiorno in villa del re Enrico III nel 1574. Il re di Francia e Polonia infatti, quando giunse a Mira, volle a tutti i costi visitare l’edificio. Gli affreschi furono strappati nel 1893 e venduti all’estero. Oggi si trovano conservati nel prestigioso Museo Jacquemart-André di Parigi. A celebrare la visita del re vi è anche un’iscrizione lapidea posta sulla facciata.

Non si conosce l’aspetto originale del’edificio mentre, delle trasformazioni subite nel corso del tempo, giungono a noi solo alcune riproduzioni a stampa realizzate nel ‘700; probabilmente il piano del sottotetto e i quattro abbaini sono stati aggiunti successivamente dai Pisani.

Gli interni ci sono giunti complessivamente spogli. All’interno della villa, collocato al secondo piano, è rimasto un grande lavabo in marmo rosso di Verona, è l’unico oggetto che risale all’epoca dei Contarini.

L’oratorio è stato datato alla fine del ‘600, nel 1978 fu restaurato dopo essere stato gravemente danneggiato dal terremoto del 1976, oggi è utilizzato per cerimonie ed esposizioni artistiche. Il parco originariamente era molto esteso ed era famoso per le sue piante ed essenze rare, oggi è adibito a parco pubblico. La barchessa è stata restaura ed oggi è diventata il teatro comunale di Mira.

Villa dei Leoni è diventata proprietà del Comune di Mira dalla metà del XX secolo: nel 1955 fu utilizzata come scuola elementare e successivamente furono realizzate in questo luogo anche le prime docce pubbliche, è stata per alcuni anni sede della biblioteca comunale e degli uffici demografici. L’ultimo restauro subito è terminato nel 2008.

Villa dei Leoni è ancora oggi proprietà del comune e viene utilizzata per esposizioni ed eventi.

Villa Corner

Il complesso è costituito dalla villa, dalla casa del custode, dall’oratorio e da un fienile con la stalla, circondati da un grande parco. E’ stato ipotizzato che il corpo padronale sia un rifacimento del XIX secolo e che la loggia del pianterreno appartenesse all’edificio che esisteva in precedenza; l’ipotesi è stata ulteriormente testimoniata sia dalle riproduzione iconografiche che, dal mappale del 1729 il quale collocava in questo luogo Cà Priuli.

La stalla, dopo essere stata completamente ristrutturata nel corso del XX secolo, è stata adibita a laboratorio di confezioni, mentre l’oratorio vige ancora in pessime condizioni. L’intero complesso è ancora oggi di proprietà privata.

Villa Curnis, Pastori

La villa è stata realizzata nel ’700, ha preso il nome dai primi proprietari, la famiglia Curnis, gli stessi diedero il nome anche alla località. Il complesso in origine era costituito dalla villa e dalle due barchesse allineate in modo simmetrico ai lati del corpo padronale. La barchessa originale di destra oggi non esiste più ed è stata sostituita da un nuovo corpo a due piani, mentre quella di sinistra è stata in parte rifatta ma conserva ancora degli elementi architettonico/decorativi di quella originale; quest’ultima include inoltre, un piccolo oratorio.

Gli ultimi lavori di restauro hanno trasformato l’antica barchessa in tre unità abitative.

La meravigliosa villa, circondata da ben 3000 mq di parco, è oggi proprietà della famiglia Pastori.

Info su: www.villapastori.it

Villa Foscari, detta la Malcontenta

La villa, progettata dal Palladio fra il 1555 e il 1560, è considerata una delle opere più geniali del grande architetto. Ammirando l’edificio è possibile notare il perfetto equilibrio e l’armonia fra l’architettura e il paesaggio circostante.

Nel 1500, la località dove sorge l’edificio, apparteneva alla famiglia Valier, mentre la gestione del territorio era stata affidata, dai proprietari, ai procuratori di San Marco. Successivamente i procuratori vendettero i lotti di terreno a Federico Foscari che morì nel 1527 lasciando i suoi beni ai figli Alvise, Giacomo e Ferigo. La villa fu commissionata da Nicolò e Alvise Foscari nel 1555, come ricorda anche Giorgio Vasari nel “Le vite de più eccellenti pittori scultori e architettori”, Firenze 1568. Nicolò morì prima di vederla completata. In suo ricordo fu realizzata un’iscrizione sulla facciata, sotto il timpano: “Nicolaus et aloysius Foscari fratres Federici Filii”. Verso la metà del 1600, la zona dove sorge la villa, diventa un vero e proprio centro e, dal 1700, si denunciano nella zona barchesse, stalle, osterie e casette. Sono giunte a noi alcune testimonianze iconografiche del XVIII secolo, realizzate dal Costa e dal Coronelli, in cui è possibile osservare come fosse sviluppata la piazza adiacente alla villa, circondata da casette collegate da separè ad arco, la presenza di una cappella e di una barchessa, e come tutta la zona fosse arricchita da elementi decorativi e pinnacoli.

Durante il periodo Napoleonico gli eredi lasciarono la villa abbandonata a sé stessa e in totale decadimento. Nei catasti del periodo austriaco del 1839 risultano ancora esistenti la villa e la cappella, ma già le casette e la piazza non sono più denunciate. Durante il periodo austriaco purtroppo furono danneggiati anche molti affreschi presenti nelle sale interne.

Dopo anni di totale decadimento la villa fu restaurata dall’Americano Albert Landsberg che la acquistò nel 1926. Un secondo restauro fu realizzato, grazie al contributo dell’ente delle ville venete, nel 1965. Dal 1974 fu riacquistata dai discendenti della famiglia Foscari.

Attualmente il complesso è costituito dalla villa, dalla barchessa e da un caseggiato annesso.

La struttura è costituita da un salone centrale a crociera, circondato da quattro sale e coperto da soffitti a volte. La facciata sul lato anteriore è caratterizzata da un’imponente loggia con colonne di ordine ionico. Si differenzia dalle altre opere del Palladio per la sua altezza, il Vasari precisava infatti che, “è alzata da terra 11 piedi”, a differenza delle altre alte solamente 5 piedi.

Gli affreschi furono iniziati dal pittore Battista Franco, dopo la sua morte furono continuati e completati dal noto pittore Giambattista Zelotto, con l’aiuto di Bernardino India. Le raffigurazioni rappresentano temi allegorici e mitologici, sfruttando i motivi architettonici dell’edificio creano un effetto illusionistico degli spazi. Gli affreschi del salone centrale, purtroppo, sono stati molto danneggiati, mentre giungono intatti quelli dei saloni laterali. Fra le opere più belle è ancora possibile ammirare la rappresentazione della “caduta dei giganti”.

In varie occasioni soggiornarono in questo incantevole luogo personaggi noti: il 27 luglio del 1574 sfilò con tutto il suo corteo il Re di Polonia Enrico III, che fu accolto nella villa con lunghi festeggiamenti; nel 1629 fu ospite Ferdinando Gran Duca di Toscana; nel 1685 Ernesto Augusto gran duca di Bunswich con la moglie; nel 1687 Cristiano Ernesto marchese di Brandemburgo; nel 1692 Augusto II re di Polonia; nel 1709 Federico IV re di Danimarca e Norvegia; nel 1717 Augusto IV di Polonia e poi ancora i De Brosses nel 1739 e la regina d’Inghilterra nel 1966.

Info su: www.lamalcontenta.com

Villa Foscarini dei Carmini

Le ipotesi sull’uso originario della villa e sulle sue trasformazioni sono varie e incerte. Il Tiozzo scrive che sul luogo dove sorge l’edificio esisteva in precedenza un convento di proprietà del monastero di Sant’Ilario, di cui restano tracce sulla facciata dell’attuale struttura. Il Baldan affermò invece che la villa, pur appartenendo al monastero di Sant’Ilario, non fu mai realmente un convento. Lo studioso Guiotto ripropone la tesi che la villa attuale è il risultato di una ristrutturazione cinquecentesca facendo alcuni cenni ad una precedente struttura conventuale. Una mappa del 1729 però colloca sul luogo tre fabbricati anonimi.

All’interno vi sono alcune tele dipinte dal Tintoretto per una delle sale.

Sulle scale vi è una lapide con alcuni versi di Orazio fatti incidere da Antonio Foscarini:

HIC SAEPE LICEBIT
NUNC VETERIS LIBRIS
NUNC SOMMO ET INERTIBUS HORIS DUGERE SOLLICITATE
FECUNDA OBLIVA VITAE.

Questo luogo è ricordato anche per alcuni fatti curiosi dallo sfondo sentimentale, fra cui quello che accadde ad Antonio Foscarini nel 1622 che, dopo essere stato incolpato ingiustamente di aver avuto una relazione clandestina con la contessa inglese Anna D’Arundel confessando nell’occasione alla donna dei segreti della repubblica, fu trovato strangolato in carcere. Nella villa visse per qualche tempo anche Lord Byron e sembra che all’interno di questo luogo il poeta abbia composto un canto dell’Aroldo. Il poeta ospitò in un primo tempo la sua musa ispiratrice Marianna Segati e successivamente si innamorò di Margerita Cogni, moglie di un fornaio, che fece diventare sua domestica nella sua dimora veneziana. Ospite nella villa fu anche la contessa Guiccioli, ma dopo la sua partenza il Byron lasciò definitivamente la dimora. In ricordo del suo soggiorno fu realizzata una lapide infissa sulla facciata principale.

Inoltre, nella parte alta della facciata è incastonata una bella meridiana. La villa oggi è stata suddivisa in più unità ed adibita ad usi diversi: il piano terra è utilizzato per alcune attività commerciali, mentre nel primo piano ci sono delle abitazioni private.

Villa Franceschi, Bianchini, Patessio

Il complesso è costituito dalla villa, dalla barchessa e dal parco realizzati nel XVI secolo, e da fabbricati annessi di epoca più recente. La villa conserva tutte le caratteristiche architettoniche originarie, solo gli ovali della facciata, secondo alcune testimonianze, erano centinati. La cinta muraria, arricchita da pilastri e vasi, è stata spostata, in un secondo momento, verso il canale. L’’interno dell’edificio è stato completamente rimaneggiato, soprattutto durante lo scorso secolo. Il Tiozzo ha documentato gli affreschi realizzati dal Tiepolo nelle pareti interne, successivamente strappati ed esportati in America.

La villa signorile appartiene da generazioni alla famiglia Dal Corso, e oggi è stata trasformata in uno dei più prestigiosi alberghi e ristoranti situati lungo la Riviera.

Informazioni su: www.villafranceschi.com

Villa Mocenigo

Le ipotesi di alcuni studiosi datano villa Mocenigo fra il 1660 e il 1663, altri documenti testimoniano invece come agli inizi del 1700, nello stesso luogo, fosse collocato un edificio diverso e non privo di eleganza nominato Villa Valier; la prima testimonianza che documenta l’esistenza dell’edificio, come lo si vede ora, è la tavola incisoria n. 19 realizzata da Francesco Costa nel XVIII secolo.

La villa fu abitata dalla famiglia Mocenigo, la quale conservava vari possedimenti, fabbriche e mulini lungo la Riviera del Brenta.

L’estensione orizzontale della struttura esalta maggiormente la parte centrale della facciata, sulla quale emerge il timpano preziosamente decorato, con al centro lo stemma della famiglia Mocenigo.

Gli affreschi interni furono realizzati da Giandomenico Tiepolo.

Oggi l’edificio è stato adibito a sede universitaria.

Sede dell’Università Cà Foscari di Venezia. Informazioni su: http://venus.unive.it/ciset/villamoce.html

Villa Moscheni, Volpi

Villa Moscheni Volpi

Il complesso è costituito dal corpo padronale affiancato dalle due barchesse e circondato dal parco. Attraverso la documentazione archivistica gli studiosi hanno potuto datare il complesso ai primi anni del XVIII secolo. È stato aggiunto successivamente un corpo minore che collega la barchessa di sinistra ad un rustico. Nel 1740 Francesco e Zuane Antonio Moscheni effettuano la prima denuncia al fisco. Risale al 1750 la prima visione iconografica realizzata da Francesco Costa. I vari restauri effettuati nel corso dei secoli non sono stati invasivi e hanno permesso di preservare l’edificio il più possibile simile all’origine. Nel ‘900 sono stati effettuati dei restauri interni che hanno riportato alla luce una serie di affreschi nel salone d’entrata con scene raffiguranti il periodo in cui la serenissima combatteva per mare contro i turchi.

La villa è stata soggetta a molti passaggi di proprietà, dai Moscheni ai Dal Bene ai Reali. Nel XX secolo sono passate all’architetto Gianfranco Baldan la villa e la barchessa collocata ad occidente, mentre la seconda barchessa è stata suddivisa in unità abitative.

Villa Pio

La villa è stata realizzata nel ’700. Il primo documento che testimonia l’esistenza della costruzione è la mappa realizzata dallo studioso Boschetti nel 1729. La prima denuncia al fisco, secondo lo storico Baldan, fu fatta solo nel 1740. Grazie alla stampa realizzata da Francesco Costa è possibile osservare le differenze dell’edificio attuale rispetto all’originale; l’attuale è stato spogliato infatti di molti elementi decorativi e dello stemma che era collocato sulla facciata.

La villa è sempre appartenuta alla famiglia Pio, nel corso del ’900 però è passata di proprietà del demanio pubblico. Il nuovo ente proprietario ha adibito la costruzione prima a sede dei carabinieri, ad usi diversi, per poi lasciarla chiusa per anni in stato di totale abbandono. Nel 1966 fu sottoposta a vincolo e fu deciso di restaurarla; in quell’occasione fu staccato e restaurato anche l’affresco, sviluppato in ovale, del grande salone centrale. L’opera, raffigurante Apollo e le Muse, è stata attribuita dal Tiozzo e da altri studiosi all’artista Nicolò Bambini.

Attualmente la villa è la sede dell’Ecomuseo. Info su: www.ecomuseoterredelbrenta.it

Villa Querini, delle Francesca, Tiozzo

Villa Querini, della Francesca, Tiozzo

Il complesso è costituito da un corpo padronale a forma cubica, affiancato simmetricamente da due barchesse, sul lato posteriore della villa si sviluppa il grande parco.

La villa fu commissionata dalla famiglia Querini nel 1504, dopo aver ceduto il loro palazzo di Oriago alla famiglia Moro. L’intero complesso rimase della famiglia Querini fino al XIX secolo, successivamente fu soggetto a molti passaggi di proprietà. Nel 1919 passò ad Amistà Pietro che nel 1920 lo cedette all’agenzia immobiliare Arentina, durante quel periodo la villa venne frazionata e il parco semidistrutto e sottratto di gran parte degli elementi decorativi. Nella seconda metà del ’900 l’edificio venne acquistato dal suo affittuario Alessandro Dalla Francesca e infine la vedova di quest’ultimo lo cedette al pittore e storico dell’arte Clauco Benito Tiozzo e alla moglie Anna de Liberali.

La struttura della villa ha subito nel corso dei secoli varie trasformazioni, soprattutto all’interno, e fu solo durante i restauri effettuati durante la seconda metà del ‘900 che si cercò di recuperare le caratteristiche originali. I lavori furono avviati dalla famiglia Tiozzo con il contributo economico dell’Ente per le Ville Venete: vennero eseguiti grandi interventi di deumidificazione e di riconsolidamento della struttura muraria, venne riparato il tetto, vennero risistemati gli impianti elettrici, idrici e di riscaldamento, vennero ricostruite le pavimentazioni, gli intonaci e gli infissi. Il restauro delle pareti, dei soffitti e l’abbattimento di alcuni controsoffitti hanno riportato alla luce i sottostanti affreschi originali del portico, delle stanze posizionate ad ovest del pian terreno e delle scale. Gli affreschi sono ricchi di raffigurazioni rappresentanti santi, scene mitologiche e sacre. Il Tiozzo e alcuni altri studiosi hanno ipotizzato che le opere siano state realizzate dopo il 1527, in occasione dello sposalizio di Francesco Querini con Paola Priuli e che la loro paternità sia del pittore Bonifacio de’ Pitati, allievo di Palma il Vecchio, con la probabile collaborazione dello Schiavone, di Tintoretto e di Bassano.

Villa Selvatico, Granata

Il complesso è oggi costituito dal corpo padronale, esteso in più punti con fabbricati più bassi, e dal parco. Alla villa appartiene l’annesso rustico collocato al di là della strada.

Il Baldan, grazie ad un’antica stampa del Coronelli, ha potuto ipotizzare che la villa Selvatico nel ’600 corrispondesse a Palazzo Littini. Se la sua teoria rappresentasse il vero oggi l’intero complesso risulterebbe fortemente modificato con l’aggiunta di fabbricati più bassi, l’alterazione di molte aperture e la perdita dell’imponente timpano. La prima data che certifica l’esistenza della villa è la denuncia al fisco della famiglia Maruzzi, confermata poi dal mappale del 1782.

La villa fu di proprietà della famiglia Bordiga, fu abitata anche dal pittore Padovano Lino Selvatico e oggi è di proprietà della famiglia Granata.

Villa Seriman, Foscari, Widmann-Rezzonico

Le prime notizie sulla villa si hanno nel 1718 quando fu donata ad Elisabetta Tornimbeni e al marito, il conte Diodato Seriman, dai fratelli di lei. Il Seriman proveniva da una famiglia di ricchi mercanti armeni risiedenti in Persia, che giunti in Europa decisero di investire ingenti somme di capitali in terreni ed immobili.

Diodato si diede subito da fare per restaurare e rinnovare il corpo padronale, investì ingenti somme di denaro per far realizzare la barchessa, la chiesa, il giardino, la rimessa, la stalla e il muro di cinta.

Nel 1750 Diodato morì, lasciando dei debiti che i figli decisero di risanare vendendo il complesso al Duca Gabrio Serbelloni Grande di Spagna.

Fu ipotizzato che fu il Serbelloni ad apportare alcune modifiche all’edificio padronale realizzando il piano nobile e gli attici.

Fra il 1754 e il 1762 prese servizio presso la famiglia il grande poeta Giuseppe Parini come precettore del figlio di Gabrio, Gian Galeazzo. E’ nota inoltre, l’amicizia della famiglia con i Francesi e soprattutto con Napoleone, per il quale avevano allestito un prestigioso appartamento a Milano. Gli stretti rapporti con l’imperatore fruttarono alla famiglia cariche e onorificenze.

Nella seconda metà del settecento nella villa risiedevano i Widmann, che decisero di ristrutturare l’edificio padronale e di adattarlo ai gusti rococò dell’epoca. Venne realizzato un grande salone centrale, strutturato su due piani, dove fu realizzato un ciclo di affreschi, racchiusi in finte cornici in stucco, attribuiti a Giuseppe Angeli.

Il complesso rimase ai Widmann fino al 1883 quando fu messo all’asta e successivamente acquistato dai Guolo. I nuovi proprietari affittarono l’edificio a Piero Foscari, marito di Elisabetta Widmann-Rezzonico. Nel 1901 Elisabetta decide di rientrare pienamente in possesso della villa.

Fra i vari personaggi illustri che soggiornarono in questo lussuoso edificio vi furono anche il Goldoni, Gabriele D’Annunzio, Carlo Rezzonico che divenne poi Papa Clemente XII.

Nel 1970 la villa fu venduta ai coniugi Costanzo, mentre nel 1984 il complesso passa definitivamente nelle mani della provincia di Venezia.

La Villa Seriman, poi Widmann-Rezzonico-Foscari, comprende oggi la casa padronale con il giardino e la corte adiacente, la barchessa, la chiesetta ed il vasto parco a nord con la serra, arricchito, numerose specie arboree, volatili ed un laghetto.

Villa Stella, Gradenigo, Fossati

Villa Stella

La villa fu costruita nel XVI secolo come casa di villeggiatura per volere della nobile famiglia Stella proveniente da Bergamo. A pochi metri da questo luogo sorgeva l’antica chiesa di Oriago. L’edificio in seguito passò di proprietà della famiglia Angeli e nel XIX secolo alla famiglia Fossati.

Rappresenta uno fra i primi esempi di modello architettonico a blocco cubico, fu imitato più volte nei secoli successivi. La facciata è caratterizzata dalla trifora con balaustra e da finestre contornate in pietra. La parte esterna dell’edificio era interamente decorata da meravigliosi affreschi attribuiti dal Tiozzo a Benedetto Caliari, fratello di Paolo Veronese; oggi rimangono solo alcuni ritagli sulla parete sopra il portone centrale.

Gli affreschi degli interni, sempre attribuiti al Caliari, furono riportati alla luce durante il restauro effettuato nel XX secolo.

Dopo anni di abbandono ora l’edificio è tornato al suo originale splendore.

La villa oggi è di proprietà privata ed è stata suddivisa in più unità abitative.

Villa Valier

foto villa valier

Villa Valier è un edificio del 500 che si affaccia sul Brenta, con affreschi di carattere allegorico e paesaggistico dipinti tra il 500 e il 700. Comprende l’oratorio, anch’esso del 500, completo degli arredi, la suggestiva scala ovoidale interamente affrescata, e una grande barchessa del 700 con cantina e granai. La villa è inserita in un parco con alberi secolari.

La località in cui è situata, denominata “La chitarra”, deve il nome all’affresco di Villa Valier che raffigurava una donna che suona la chitarra, attualmente visibile presso l’Accademia di Venezia.

La famiglia Valier annovera due Dogi della Serenissima e la villa, che fino all’800 presentava un maestoso frontale affacciato sul naviglio Brenta e una grande sala da ballo, fu luogo di festeggiamenti ufficiali e ricevimenti sontuosi.

Informazioni su: www.villavalier.it

Villa Valmarana

Foto villa valmarana

Il complesso in origine era costituito dalla villa, dalle due barchesse e da una chiesetta dove sono sepolti i primi proprietari Valmarana. I proprietari originari furono i Dolfin: i beni passarono in eredità ad Elena dallo zio Bernardo Dolfin e alla morte di Elena i beni furono ereditati dalla figlia, Cornelia Grimani, moglie di Alessandro Contarini. Cornelia non seppe amministrare adeguatamente le sue proprietà e così fu costretta a venderle; nel 1734 una certa Nada Dolfin acquista per conto di Leonardo Valmarana l’intero complesso.

Durante il settecento la famiglia Valmarana possedeva moltissime proprietà nella zona e fu per questo che prese il suo nome l’intera località. Nella riproduzione del Costa è possibile osservare come davanti alle edificazioni fosse stato creato un giardino all’italiana. Durante la seconda metà del settecento furono organizzati vari ricevimenti e feste in villa. Prosperò Valmarana ospitò più volte il suo stretto alleato, il Pascià Kagy Agà Abdunahman, rappresentante del bey di Tripoli.

Nel 1808 l’intero complesso è ancora interamente documentato nel catasto napoleonico. Dopo l’ultima proprietaria della famiglia Valmarana, sepolta nella chiesetta, l’intera proprietà passa ai contadini della famiglia che trasformano la barchessa di sinistra in casa colonica e quella di destra in cantina e osteria.

Nel 1908 il proprietario Antonio Baldan non potendo più pagare le tasse imposte per i beni di lusso decide di far abbattere la villa; furono mantenute le due barchesse e la chiesetta.

Nel 1960 la foresteria fu acquistata dallo scultore Luciano Minguzzi, che affidò il restauro degli affreschi al pittore e storico dell’arte C. B. Tiozzo, con la direzione della Soprintendenza ai Monumenti. Lo scultore vendette la foresteria al Dottor Meneghelli di Dolo nel 1976.

L’edificio è stato attualmente adibito a spazio dedicato ad eventi, convegni e cerimonie.

La seconda barchessa è stata per anni abbandonata e in stato di degrado, oggi è stata risistemata e suddivisa in unità abitative.

Per info consultare il sito: www.villavalmarana.net

Villa Varisco, Levi Morenos

Villa Varisco

Il complesso è costituito dal corpo padronale che si estende in entrambi i lati con due corpi simmetrici; il corpo sul lato ovest si congiunge con la barchessa, mentre quello sul lato est si congiunge con le scuderie-magazzino. A chiudere la composizione vi sono due corpi, a due piani di forma rettangolare, utilizzati come spazi commerciali. Il complesso è inserito in un grande parco. Il giardino, sul lato della facciata della villa, riprende gli elementi stilistici tipici del giardino all’Italiana, diffusosi nel XV secolo, realizzato con siepi e cespugli tagliati a forme geometriche e decorato con fontane e statue.

Non vi sono documenti che certifichino la data di costruzione dell’edificio, gli studiosi hanno ipotizzato che il complesso sia un “rimaneggiamento neoclassico di un edificio del seicento”.

Gli interni, nel pian terreno, sono decorati con affreschi rappresentanti le Quattro stagioni e un Volo di putti, furono realizzati probabilmente nell’800. Oggi il complesso è di proprietà del Comune di Mira e gli spazi esterni vengono utilizzati per eventi e manifestazioni.

Villa Venier Contarini

Non si conosce l’anno di costruzione della Villa che fu acquistata nel 1660 da Niccolò Venier. Nel 1991 è stata acquisita dall’Istituto Regionale Ville Venete.

La Villa è composta da un corpo centrale che costituisce l’edificio principale e da due barchesse collegate al corpo centrale da porticati costruiti in un secondo momento. Le barchesse erano destinate agli ambienti di servizio e a foresteria e risultano essere la parte più suggestiva della Villa.

La barchessa posta a ovest presenta un piano seminterrato con soffitto a volta e i tre saloni di cui è composta sono completamente affrescati. L’autore più probabile di questi affreschi è il romano Francesco Ruschi e il suo allievo Antonio Zanchi. Gli originali affreschi secenteschi sono stati in parte ridipinti e restaurati con interventi successivi. Il risultato finale è un susseguirsi di colonne, loggiati, balaustre e nicchie di grande effetto scenografico. Negli affreschi delle pareti sono rappresentati episodi tratti dall’Odissea, dall’Eneide e dall’Illiade.

La barchessa ad est ha un salone affrescato con scene ispirate alla storia di Psiche il cui autore si ipotizza possa essere il fiammingo Daniel Van Den Dyck.

L’oratorio venne ricostruito nel 1752 e l’intero complesso è inserito in un parco.

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Testi e immagini dal sito del Comune di Mira

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