Il 75° anniversario dal 27 gennaio 1945: liberazione di Auschwitz

Il 75° anniversario dal 27 gennaio 1945: liberazione di Auschwitz

A 75 anni dall’arrivo dei sovietici ad Auschwitz, Incuriosire.it desidera ricordare questo giorno con delle testimonianze tratte da libri, poesie e quadri realizzati da sopravvissuti e no alle terribili sofferenze cui sono stati sottoposti milioni di persone per odio razziale, politico, religioso e diversità.

La prima citazione è una poesia scritta da Primo Levi: “Shemà”

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa e andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Altre citazioni da “Se questo è un uomo” di Primo Levi

“Sarà bene ricordare a chi non sa, ed a chi preferisce dimenticare, che l’olocausto si è esteso anche all’Italia, benché la guerra volgesse ormai alla fine, e benché la massima parte del popolo italiano si sia mostrata immune al veleno razzista.”

“La strage è avvenuta localmente in Germania e non in Italia, e questo ha concesso alla maggior parte degli italiani di trovarsi un alibi facile, cioè “queste cose le hanno fatte loro, non le abbiamo fatte noi”. Ma le abbiamo cominciate noi. Il nazismo in Germania è stata una metastasi di un tumore che era in Italia. È un tumore che ha condotto vicino alla morte la Germania e l’Europa, vicino al disastro completo.

Non era semplice la rete dei rapporti umani all’interno dei Lager: non era riconducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori. […] L’ingresso in Lager era invece un urto per la sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il «noi» perdeva i suoi confini”

Alcune citazioni di Mario Rigoni Stern, dopo essere stato deportato nel campo di Hohenstein scrisse   alcune frasi.

“La memoria è necessaria, dobbiamo ricordare perché le cose che si dimenticano possono ritornare: è il testamento che ci ha lasciato Primo Levi.”

“Vi era un bel sole: tutto era chiaro e trasparente, solo nel cuore degli uomini era buio”

“Qualcuno mi mette in mano un rasoio di sicurezza e un piccolo specchio. Guardo queste cose nelle mie mani e poi mi guardo nello specchio. E questo sarei io: Rigoni Mario di GioBatta, […]. Una crosta di terra sul viso, la barba come fili di paglia, i baffi sporchi di muco, gli occhi gialli, i capelli incollati sulla testa dal passamontagna, un pidocchio che cammina sul collo. Mi sorrido.

Alcune citazioni di Liliana Segre:

 “Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare.

“L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa. È l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo. La memoria vale proprio come vaccino contro l’indifferenza.

“Mi fa impressione quando sento di barconi affondati nel Mediterraneo, magari 200 profughi di cui nessuno chiede nulla. Persone che diventano numeri anziché nomi. Come facevano i nazisti. Anche per questo non ho mai voluto cancellare il tatuaggio con cui mi hanno fatto entrare ad Auschwitz.

“Nel 1944, quando fummo deportati a Birkenau, ero una ragazza di quattordici anni, stupita dall’orrore e dalla cattiveria. Sprofondata nella solitudine, nel freddo e nella fame. Non capivo neanche dove mi avessero portato: nessuno allora sapeva di Auschwitz.

Elie Wiesel ha scritto numerosi libri tra cui “La notte” Alcune citazioni:

“Chi ascolta un superstite dell’Olocausto diventa a sua volta un testimone”

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.”

“Volevano ad ogni costo uccidere l’ultimo ebreo sul pianeta. Oggi ci si potrebbe chiedere: perché la memoria, perché ricordare, perché infliggere un dolore tale? In fondo per i morti è tardi ma per i vivi no. Se non si può annullare il tormento, si può invece sperare, riflettere, prendere coscienza.”

Citazioni di Imre Kertész (Ungherese)

L’uomo, quando ridotto a nulla, o in altre parole un sopravvissuto, non è tragico, ma comico, perché non ha il destino.

“Auschwitz, le dissi, mi appare nell’immagine di un padre; sì, i due termini, Auschwitz e padre, risuonano gli stessi echi in me, e se l’osservazione è che Dio è un padre esaltato, allora anche Dio mi si rivela nell’immagine di Auschwitz.

“I sopravvissuti rappresentano una specie separata, proprio come una specie animale.

Boris Pahor (Sloveno) scrisse:

La coscienza si difendeva con tutte le forze dall’annientamento e respingeva l’immagine del forno; il cuore supplicava il miracolo di poter tornare, sia pure per un istante, nel mondo degli uomini. Sì, in quel momento pregai.”

“Come avevo potuto essere tanto stupido da introdurre fra i morti il ritratto di una persona viva! Un morto fra i vivi ci può stare, ma il contrario no. Lo scheletro abitante di un campo non può toccare i vivi neppure col pensiero! Una volta per sempre deve abbandonare tutto ciò che vive su un’invisibile isola di sogno, fuori dell’atmosfera terrestre, e non deve più avvicinarglisi né con l’immaginazione né col ricordo.

Edith Bruck, (Ungheria) scrisse questa poesia

“Nascere per caso
nascere donna
nascere povera
nascere ebrea
è troppo
in una sola vita”

La Fondazione Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea ha redatto una bella raccolta di testimonianze che potete scaricare.

Alcune opere d’arte sullo Shoah:

Bedřich Fritta

Leo Haas

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David Olère

Natan Rapoport

Arnold Shoenberg scrisse nel 1947 l’opera dal titolo: “Un sopravvissuto di Varsavia”. Il cui testo è il seguente:

Non posso ricordare ogni cosa. Devo essere rimasto privo di conoscenza per la maggior parte del tempo.
Ricordo soltanto il grandioso momento quando tutti cominciarono a cantare, come se si fossero messi d’accordo, l’antica preghiera che essi avevano trascurato per tanti anni – il credo dimenticato! Ma non so dire come riuscii a vivere nel sottosuolo nelle fogne di Varsavia, per un così lungo tempo.
Il giorno cominciò come al solito: sveglia quando era ancora buio. Venite fuori – Sia che dormiste o che le preoccupazioni vi tenessero svegli tutta la notte. Eravate stati separati dai vostri bambini, da vostra moglie, dai vostri genitori; non si sapeva che cosa era accaduto a loro – come si poteva dormire?
Di nuovo le trombe – Venite fuori! il sergente sarà furioso! Vennero fuori; alcuni molto lenti; i vecchi, gli ammalati; alcuni con agilità nervosa. Temono il sergente. Si affrettano quanto più possibile. Invano! Molto, troppo rumore, molta, troppa agitazione – e non svelti abbastanza! Il sergente urla: “Achtung! Stilljestanden! Na wird’s mal! Oder soll ich mit dem Jewehrkolben nachhelfen? Na jut; wenn ihrs durchaus haben wollt!” (Attenzione! Attenti! Beh, ci decidiamo? O devo aiutarvi io con il calcio del fucile? E va bene; se è proprio questo che volete!” )
Il sergente e i suoi aiutanti colpivano tutti: giovani e vecchi, remissivi o agitati, colpevoli o innocenti.
Era doloroso sentirli gemere e lamentarsi.
Sentivo tutto sebbene fossi stato colpito molto forte, così forte che non potei evitare di cadere. Eravamo tutti stesi per terra, chi non poteva reggersi in piedi era allora colpito sulla testa.
Devo essere rimasto privo di conoscenza. La prima cosa che udii fu un soldato che diceva: “sono tutti morti”,
Al che il sergente ordinò di sbarazzarsi di noi.
Io giacevo da una parte – mezzo svenuto. Era diventato tutto tranquillo – paura e dolore.
Fu allora che udii il sergente che gridava: „Abzählen!“ (“Contateli!”). Cominciarono lentamente e in modo irregolare Uno, due, tre, quattro -“Achtung!” (“Attenzione!”) il sergente urlò di nuovo, “Rascher! Nochmals von vorn anfange! In einer Minute will ich wissen, wieviele ich zur Gaskammer abliefere! Abzählen!“ (“Più svelti!” “Cominciate di nuovo da capo! Fra un minuto voglio sapere quanti devo mandare alla camera a gas! Contateli!”.)
Ricominciarono, prima lentamente: uno, due, tre, quattro, poi sempre più presto, sempre più presto tanto che alla fine risuonò come una fuga precipitosa di cavalli selvaggi, e tutto ad un tratto, nel mezzo del tumulto, essi cominciarono a cantare lo Shema Ysroël.

Francesco Guccini scrisse Auschwitz nel 1967

Son morto con altri cento
Son morto ch’ero bambino
Passato per il camino
E adesso sono nel vento
E adesso sono nel vento
Ad Auschwitz c’era la neve
Il fumo saliva lento
Nel freddo giorno d’inverno
E adesso sono nel vento
Adesso sono nel vento
Ad Auschwitz tante persone
Ma un solo grande silenzio
È strano non riesco ancora
A sorridere qui nel vento
A sorridere qui nel vento
Io chiedo come può un uomo
Uccidere un suo fratello
Eppure siamo a milioni
In polvere qui nel vento
In polvere qui nel vento
Ancora tuona il cannone
Ancora non è contento
Di sangue la belva umana
E ancora ci porta il vento
E ancora ci…

Per non dimenticare mai.

Da Incuriosire.it

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