“Dai marciapiedi ai negozi, cosi’ la citta’ e’ vietata a noi disabili”

“Dai marciapiedi ai negozi, cosi’ la citta’ e’ vietata a noi disabili”

TORINO. Doveva essere una delle eredità delle Olimpiadi il piano per abbattere le barriere architettoniche a Torino. E in parte è stato così: « A cerchi concentrici dal centro alla periferia sono stati adeguati marciapiedi e pensiline, facendo di Torino molto più accessibile di altre», premette Claudio Foggetti, responsabile del servizio Passepartout.

Eppure la video-denuncia di un genitore che ha dovuto prendere in braccio sulle scale mobili la figlia sulla sedia a rotelle perché l’ascensore della metropolitana era rotto ha dimostrato quanto ancora critica sia la situazione per i disabili in città. « Sa cosa mi fa imbufalire? Che quando l’ascensore è rotto mi dicano: ci sono le scale mobili. Io sono disabile ma uso le stampelle e sulle scale mobili non sto in equilibrio. Possibile che un ascensore rotto non si possa riparare?», tuona Giancarlo D’Errico, presidente dell’associazione Anffas Torino.
Un problema, la manutenzione degli ascensori, così diffuso che nei centri di riabilitazione come l’unità spinale del Cto dai fisioterapisti imparano anche a salire sulle scale mobili con le carrozzine: fa parte della terapia occupazionale che insegna a chi ha riportato lesioni alla colonna tutto ciò che serve nella vita quotidiana, da fare il caffè a muoversi in autonomia, senza chiedere aiuto a nessuno. « Un giorno mi è stato detto: facciamo finta che l’ascensore sia rotto… Credevo che fosse impossibile – racconta Mario Bellini – invece aggrappandomi con le braccia mi sono tenuto fermo al corrimano, mentre le ruote si incastrano “perfettamente” nel gradino. Non è una pratica regolare? Ma mi permette di andare da solo dappertutto».
Ma dai disabili arrivano anche molte segnalazioni di interventi per abolire le barriere architettoniche fatti male o progettazioni nuove che non tengono conto delle loro esigenze. « Porta Susa per esempio – spiega D’Errico – Il parcheggio dei disabili è lungo corso Bolzano ma una volta sceso dall’auto ci si trova in mezzo alla strada trafficata e si deve andare parecchio avanti, sempre in mezzo alle macchine, prima di trovare un semplice scivolo che permetta di salire sul marciapiede. Questo naturalmente per i disabili che guidano, gli altri possono scendere a destra sul marciapiede: ma perché si deve partire dal presupposto che un disabile sia sempre un passeggero? ». Chi ha sbagliato: chi ha progettato, chi ha eseguito o chi ha collaudato? E lo stesso vale per scivoli sui marciapiedi troppo ripidi o fatti con sampietrini sconnessi su cui una sedia a rotelle non sale o si incastra o si ribalta scendendo. O per fermate dell’autobus che hanno marciapiedi non compatibili con le pedane degli autobus.
Il problema non è solo dei trasporti. A Torino in tantissimi edifici ci sono ancora gradini e barriere insormontabili. Come la scalinata all’ingresso dell’asilo nido di piazza Cavour, contro cui i genitori si stanno battendo da anni, senza riuscirci, un ostacolo non solo per disabili ma anche per mamme con passeggini, a volte gemellari. « In occasione delle Olimpiadi – spiega Foggetti – era stata lanciata la campagna ” Via il gradino” per stimolare i commercianti a favorire l’ingresso dei disabili in negozio, con lavori di ristrutturazione o anche solo pedane mobili, ma non ha avuto molto successo. Sebbene ci sia una delibera che impone a chi ristruttura un negozio di abbattere il gradino, nessuno più lo fa. E i disabili vanno a comprare solo nei centri commerciali » . Proprio in questi ultimi tempi ha avuto un’accelerata il piano, di cui si parla da anni, per l’abbattimento delle barriere architettoniche su cui sta lavorando il disability manager Franco Lepore: «Stiamo mappando la città e faremo una lista degli interventi più urgenti da finanziare. Ma io preferisco parlare di progettazione universale, visto che dobbiamo concedere a chiunque, anche a chi ha una gamba rotta o spinge un passeggino, di muoversi in totale autonomia, dove come e quando vuole».

di Federica Cravero da La Repubblica del 15.02.2020

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