Coronavirus, in quest’emergenza dovremmo dedicare un pensiero agli invisibili

Coronavirus, in quest’emergenza dovremmo dedicare un pensiero agli invisibili

Siamo oggi come in un tempo sospeso in cui ognuno si ritrova a utilizzare gli strumenti che possiede per fronteggiare al meglio questo momento, scoprendo anche valori, abilità e vissuti forse dimenticati o troppo poco ascoltati. Senso di comunità, empatia, resilienza, colleganza, solidarietà.

Lo spazio fisico e temporale che siamo invitati a ristrutturare è anche uno spazio di tutela e prevenzione per l’estendersi dei contagi, di rispetto per chi impatta in modo diretto con la malattia, pazienti e personale sanitario in primis, ma anche per chi ne è quotidianamente esposto non potendo farne a meno: forze dell’ordine e di pubblica sicurezza, insegnanti, operatori e operatrici di case famiglia, centri antiviolenza, istituzioni giudiziarie e carceri, ma anche autisti di mezzi pubblici, farmacisti e venditori di generi alimentari etc.

Sembra quasi un esperimento sociale in cui siamo stati improvvisamente catapultati, che inizialmente ci ha visto anche disimpegnati ma ora trasversalmente complici, che metterà a dura prova la nostra capacità di tenuta, di saperci ristrutturare creativamente, di convivere con emozioni e sistemi relazionali ritrovati o da scoprire, talvolta anche difficili, forme di benessere e malessere che nel correre quotidiano di prima avevamo forse ignorato. Il pensiero va quindi alla consapevolezza della nostra ineluttabilità e a come possa impattare questa crisi anche sulle situazioni di maggiore vulnerabilità.

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Come farà a fronteggiare il “dover stare a casa” quel bambino vittima di qualche forma di maltrattamento in famiglia? E le molte donne che subiscono violenze domestiche? E le vittime di sfruttamento sessuale magari costrette a prostituirsi nonostante i rischi?

Oggi più che mai penso assumano rilievo gli strumenti messi in campo da tempo a livello istituzionale per le richieste di aiuto, penso alle linee di ascolto gratuite e disponibili h24 rivolte all’infanzia (114), alla violenza nelle relazioni intime (1522), alla tratta (800.290.290) oltre a tutti gli altri presidi attivi.

Spero che l’informazione circa queste risorse sia arrivata prima della chiusura delle “frontiere casalinghe” perché queste sono certamente opportunità ma se non si conoscono non sono accessibili e quindi pressoché inutili.

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Penso anche ai giovani devianti nel circuito della giustizia minorile: coloro che sono stati inseriti nei progetti di messa alla prova e che ora vedono sospese molte delle risorse messe in campo per supportarli nel loro percorso di maturazione e responsabilizzazione. Centri diurni, borse lavoro, corsi di formazione, percorsi di mediazione penale, etc. e mille altre opportunità virtuose attivate dai servizi che hanno contribuito a rendere così efficace l’istituto della messa alla prova (ben 80% dei casi ha esito positivo secondo i dati del Dgmc del 2018).

Penso anche ai figli e alle figlie di coppie conflittuali o violente per cui sono in corso interventi e consulenze di vario tipo atte a valutare, garantire e/o trattare la relazione genitoriale. Penso alle diverse esigenze di tutela di bambini e adolescenti, ma anche anziani in condizione di vulnerabilità per cui la mancanza di accesso a servizi e strutture specializzate può rappresentare la differenza. Il pensiero va anche a chi vive per strada, a chi è costretto a stare al di là del confine, dove ognuno di noi oggi guarda con maggiore sospetto, timore e diffidenza.

Penso anche a quelle famiglie che già vivevano situazioni di grave disagio economico, con lavori precari o privi di reddito; penso ai bambini e alle bambine che magari non hanno la possibilità di avere a disposizione un pc o la rete attraverso cui accedere alla formazione a distanza: la sospensione della scuola in questi casi di rischia di produrre isolamento sociale aumentando le disuguaglianze e la povertà educativa. Come ci ricorda Save the Children, più di 1 famiglia con minori su 10 (l’11,3% del totale) vive in condizioni di povertà assoluta e il 20% in condizioni di povertà relativa (20%). Per cui il rischio è alto.

Penso infine alla solitudine delle famiglie e di singoli individui con esperienze diverse di disabilità e fragilità motorie o cognitive che non possono usufruire delle risorse di supporto, agli strumenti offerti dal nostro sistema educativo, sociale e sanitario per fronteggiare un quotidiano spesso più insopportabile di quanto possiamo immaginare.

E credo che dovremmo pensarci tutti, anche solo per alcuni minuti del tanto tempo a disposizione, tra un quotidiano reinventato, contatti e occasioni di socialità tra le finestre e attraverso la rete, preoccupazioni per la salute e il futuro.

Un pensiero agli invisibili, a chi con difficoltà vedevamo anche prima, ma che ora più che mai rischiamo di perderci. Un pensiero per non dimenticarcene più, quando usciremo dalle nostre case e magari impareremo anche ad andare oltre quelle barriere culturali e psicologiche che ci impedivano di guardare, prima, ognuno e ognuna di noi.

Da Il Fatto Quotidiano-17 mar 2020

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