Alla scoperta di Dairago (MI) e i suoi Murales

Alla scoperta di Dairago (MI) e i suoi Murales

Curiosando tra i comuni della provincia milanese al confine con quella di Varese si scoprono storie di paesi antichi, che guardano all’attualità attraverso l’arte dei murales, che a Dairago sono oggetto di culto.

Nei secoli passati, il nome del paese è sempre stato seguito dalla sua “dignità “, ossia dalla demarcazione del ruolo civile e religioso che esso ricopriva.
In una pergamena dell’anno 922, che costituisce la prima testimonianza scritta del luogo, il toponimo Dayrago appare nella sua forma più antica, con la lettera “y“. Questa grafia rimase inalterata per i successivi seicento anni, salvo rare eccezioni.
Dalla metà del Cinquecento si affermò l’uso di considerare la “y” compendio di “i + j” e quindi, per circa un secolo, divenne comune la scrittura Daijrago.
Nel corso del Seicento si fece predominante la scrittura Dairago con la sola “i“, che prima era solo occasionale. Tale uso continuò fino alla metà del secolo successivo, quando, al posto dell’usuale “i“, s’impose la “j“; perciò il nome del paese, soprattutto a cavallo tra Sette e Ottocento, fu normalmente scritto nella variante Dajrago.
Successivamente l’impiego della “j” divenne sempre più sporadico, fino a cessare nell’ultimo quarto dell’Ottocento, allorché si affermò definitivamente l’odierna grafia Dairago.

I primi ad insediarsi nella zona di Dairago furono i Liguri, una stirpe preindoeuropea di cui rimane traccia nella fonetica del dialetto locale. Il toponimo Dairago ricorda invece l’invasione dei Celti, calati dalle Alpi nel V sec. a.C., infatti il suffisso -ago deriva dal celtico -akos, termine usato per indicare le proprietà terriere che fu conservato anche dai nuovi conquistatori Romani, giunti nel II sec. a.C.
Del periodo romano restano tracce nella disposizione dei campi e nella viabilità, dove si scorgono segni di centuriazione, ossia di quel particolare sistema romano di suddivisione del terreno secondo una scacchiera di appezzamenti regolari. All’epoca romana risalgono pure un’ara dedicata a Giove e diverse sepolture con corredi, ritrovate a fianco della chiesa parrocchiale alla fine dell’Ottocento; altre tombe sono state rinvenute nel fondo denominato Casaregio.
Sul campanile è murata una lastra di granito con due mammelle in rilievo, a testimonianza di un culto di epoca pagana.

Gli abitanti hanno conservato il bassorilievo collegandolo alla dignità di capopieve goduta dalla chiesa di S. Genesio, centro di diffusione della fede cristiana e “madre” delle chiese nate nel territorio della sua pieve.

Verso la fine del V sec. il Cristianesimo era ormai affermato in tutta la campagna milanese, sorsero allora le chiese battesimali o matrici che avevano giurisdizione in un ambito chiamato pieve (dal latino plebs, popolo) comprendente diverse comunità. La pieve di Dairago, come molte altre, abbracciò il territorio di un antico pagus, costituito da un certo numero di vici, ricalcando così non solo la sussistente distrettuazione romana, ma addirittura la preesistente circoscrizione di origine celtica.
L’impianto urbano di Dairago risale all’epoca altomedioevale; dell’antico l’abitato rimane tutt’oggi l’impronta della cerchia difensiva, conservata nella conformazione circolare che racchiudeva le case e gli orti attorno alla chiesa plebana. Con l’aumentare della popolazione il paese si sviluppò verso est, seguendo uno schema a “spina di pesce”, tramite vicoli diramantisi dalla via principale.
Il più antico documento pervenutoci è una pergamena risalente al giugno 922, in cui viene nominato Domenico da Inveruno arciprete della chiesa di S. Genesio di Dayrago.

Col diffondersi della vita comune del clero (XI sec.) S. Genesio divenne una collegiata, ossia la residenza di un capitolo di canonici con a capo il prevosto. I canonici si recavano nelle chiese della pieve per i bisogni del culto, mentre per le funzioni più importanti, il battesimo e gli altri sacramenti, tutti i fedeli dovevano convenire nella chiesa plebana, luogo in cui venivano formati anche i nuovi sacerdoti.
Quale testimonianza artistica di quei secoli, rimane la pila marmorea del fonte battesimale con quattro angeli agli angoli, forse in origine un capitello romanico istoriato, successivamente svuotato per il nuovo impiego.

l 9 giugno 1164 l’imperatore Federico Barbarossa nominava feudatario della pieve dairaghese Rainaldo di Dassel, arcivescovo di Colonia e arcicancelliere dell’impero. Rainaldo morì a Roma nel 1167 e proprio sulle terre infeudate al maggior sostenitore della politica dell’Imperatore, l’esercito del Barbarossa venne sconfitto nella battaglia di Legnano, combattuta il 29 maggio 1176 sui campi situati a nord-est di Dairago.
La pieve ebbe una considerevole importanza nell’organizzazione religiosa e civile del territorio; alla fine del XIII sec. furono elencate nella pieve dairaghese ben 46 chiese poste ad Arconate, Bienate, Borsano, Buscate, Busto Garolfo, Castano, Castelletto, Cuggiono, Dairago, Induno, Inveruno, Magnago, Nosate, Padregnano, S. Antonino, Turbigo, Villa Cortese.

La chiesa di Dairago, inizialmente l’unica parrocchia di tutto il territorio pievano, col passare dei secoli vide diminuire la propria importanza, in quanto le chiese a lei soggette divennero gradualmente sede di parrocchie autonome.All’inizio del XV sec. il “capitolo intrinseco” della chiesa di S. Genesio era composto da 7 canonici, mentre il “capitolo estrinseco” era formato dai rettori delle 12 parrocchie della pieve: Arconate, Borsano, Buscate, Busto Garolfo, Castano (con due rettori porzionari), Cuggiono, Dairago, Inveruno, Magnago, Padregnano e Turbigo. Gli altri paesi dipendevano in campo spirituale dai centri vicini: Bienate, S. Antonino, Tornavento e Vanzaghello erano sottoposti a Magnago; Induno, Malvaglio e Robecchetto a Padregnano; Nosate a Castano, Villa Cortese a Dairago.
Il capitolo dei canonici residenti venne soppresso nel 1454 e con i redditi ad esso spettanti, il 13 marzo 1455, furono erette le cappellanie di S. Alessandro e di S. Giovanni Evangelista, con l’obbligo per i cappellani di esercitare la cura d’anime a Dairago e a Villa Cortese.
Molti dei prevosti e dei canonici che si succedettero in S. Genesio dal XIV al XVI sec. appartennero alla famiglia Della Croce, una casata dairaghese da cui discese Francesco della Croce (1391 ca.-1479) prevosto di Dairago, primicerio della cattedrale e vicario dell’arcivescovo di Milano.

Dopo l’arrivo degli Spagnoli, il feudo della pieve di Dairago fu venduto a Castellano Maggi il 2 ottobre 1538; successivamente passò in eredità al nipote Cesare Maggi e poi alla figlia di questi Ippolita, moglie del marchese Alfonso Gonzaga di Castel Goffredo, che a sua volta vendette il feudo a Giovanni Battista Arconati l’11 marzo 1570.
In seguito ad una controversia con gli Arconati, la Regia Camera riprese il feudo, concedendolo il 16 maggio 1652 a Giovanni Battista Lossetti di Vogogna. Gradualmente i Lossetti posero in vendita le località della pieve, tanto che solo Dairago, Inveruno e Furato rimasero sotto la loro giurisdizione fino alla soppressione del potere feudale, alla fine del XVIII sec.

Dall’esame delle prime mappe catastali (1722) è possibile conoscere la passata organizzazione del territorio di Dairago, per il 60% coltivato a vigneto, aratorio avitato o vigna con moroni, dove si produceva uno dei più pregiati vini del Milanese. Nella seconda metà dell’Ottocento le malattie della vite (oidio, peronospora e fillossera) distrussero i vigneti, pertanto l’economia locale si ridusse alla coltivazione dei cereali e all’allevamento dei bachi da seta. La parte occidentale del territorio comunale era coperta da una vasta brughiera, propaggine meridionale di quella di Gallarate, trasformata nel secolo scorso in pineta e poi disboscata durante l’ultimo conflitto; oggi è ricoperta da boschi di robinia, mista ad altre latifoglie.
Dalla fine del Medioevo, Dairago non conobbe nessuno sviluppo né urbanistico né demografico; rimasta fino all’inizio del secolo scorso con meno di 500 abitanti, venne ad essere uno dei centri minori della sua stessa pieve.

Con l’arrivo in Italia di Napoleone fu abolita la pieve intesa come circoscrizione civile e i dipartimenti della nuova Repubblica Cisalpina furono frazionati in distretti, così il 4 germinale anno VI (24 marzo 1798) i paesi dell’antica pieve civile di Dairago costituirono il Distretto di Cuggiono Maggiore. Dopo la Restaurazione gli austriaci mantennero i distretti e il “compartimento territoriale” del 1° maggio 1816 incluse nella Provincia di Milano il Distretto XIV di Cuggiono Maggiore, residenza del commissario distrettuale.
Nel nuovo compartimento, posto in funzione il 31 marzo 1854, tale distretto divenne l’XI della stessa provincia; finché con la legge Rattazzi (23 ottobre 1859) il distretto cambiò nome in Mandamento di Cuggiono, appartenente al Circondario di Abbiategrasso, sede del sottoprefetto. Mandamenti e circondari scomparvero con la riforma amministrativa compiuta nel ventennio fascista. Il Comune di Dairago venne abolito in seguito alla “legge sull’amministrazione comunale e provinciale” del 20 marzo 1865, perché di popolazione inferiore ai 1500 abitanti. Infatti con R.D. 24 dicembre 1868 il comune fu soppresso ed aggregato prima a Busto Garolfo e quindi con successivo R.D. 7 luglio 1869 unito ad Arconate; solo il 24 dicembre 1957 Dairago riebbe l’autonomia amministrativa.
Il passaggio dall’Ottocento al Novecento rappresentò per il paese il trapasso dalla civiltà contadina a quella industriale. La vecchia nobiltà vendette case e terreni, i grandi possedimenti si frantumarono, i coloni di ieri divennero i piccoli proprietari di oggi, i palazzi degradarono a case contadine. Contemporaneamente il notevole sviluppo industriale di Busto Arsizio e Legnano creò il pendolarismo della manodopera locale, che abbandonò l’agricoltura per l’industria, mentre anche a Dairago sorsero opifici e imprese artigianali.

In campo religioso, al concilio di Trento risale il rafforzamento dell’istituto del vicariato foraneo, ma nella diocesi di Milano il card. Carlo Borromeo fece coincidere il territorio del vicariato con quello plebano e, di norma, la carica di vicario venne conferita agli stessi prevosti.
Nel 1623 Cuggiono divenne sede di arcipretura e in seguito, per porre fine a lunghe contese con i prevosti, fu stralciata dal vicariato di Dairago. Nel 1836 si staccò anche Castelletto, mentre nel 1903 vennero separate le parrocchie di Buscate, Castano, Inveruno, Malvaglio, Nosate, Robecchetto, S. Antonino, Turbigo e Vanzaghello; nel 1925 venne staccato Busto Garolfo e nel 1953 Borsano. Dairago restò con le sole parrocchie di Arconate, Bienate, Magnago e Villa Cortese fino al 1972, quando nella diocesi di Milano fu abolito l’antico ordinamento pievano per formare i nuovi decanati.

L’antica chiesa plebana e collegiata di S. Genesio, che custodisce la pila romanica del fonte battesimale, ha evidentemente origini remote. Gli scavi archeologici del 1997 hanno portato alla luce un’area sacra, con un primitivo sacello a pianta circolare circondato da sepolture, sopra la quale poggiano diversi strati di fondamenta e di pavimentazione della chiesa, più volte ricostruita nel corso del Medioevo, disseminata di sepolcri e munita di un’abside semicircolare rivolta ad oriente.L’attuale struttura della prepositurale risale al 1878-88, quando venne ampliato il precedente edificio rovesciandone l’orientamento, affiancato da un nuovo campanile eretto nel 1892. All’interno della navata si distinguono l’altare del Crocifisso (1785) e l’organo di Pietro Bernasconi (1882).

Dell’originario complesso religioso della pieve non rimane nulla, dopo la demolizione dell’antica ed ampia canonica situata a settentrione della chiesa e delle vecchie abitazioni antistanti.

Luogo di particolare devozione è la chiesa della Madonna in Campagna, che si trova ai limiti orientali del paese; edificata nel 1522, venne dotata di sacrestia nel 1751, del pronao nel 1937 e del campanile alla fine dell’ultima guerra. Svolge la funzione di pala d’altare un affresco quattrocentesco raffigurante la Madonna del Latte, forse appartenente alla originaria chiesa di S. Nazaro, che sorgeva al posto di quella attuale. Notevoli sono gli affreschi sulle pareti datati 1551 e 1674 nonché il paliotto in cuoio bulinato e decorato, pregevole prodotto dell’arte veneta del Settecento con l’immagine della Madonna dell’Aiuto.

Il comune si fregia del titolo di Paese dei Murales: le ormai oltre 60 opere, prima affrescate, ora dipinte su pannelli lignei, decorano l’abitato dairaghese, affisse sulle pareti di case private ed edifici pubblici. Realizzati uno per contrada, per ogni edizione del Palio, affrontano temi liberi con differenti tecniche pittoriche.

Eccone una vasta serie:

Testo e immagini tratte dal sito del Comune di Dairago (MI).

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